Riflessioni dei docenti

E se non puoi la vita che desideri

 cerca almeno questo

per quanto sta in te: non sciuparla

nel troppo commercio con la gente

con troppe parole in un viavai frenetico.

 Non sciuparla portandola in giro

 in balìa del quotidiano

 gioco balordo degli incontri

 e degli inviti,

fino a farla una stucchevole estranea.

 Konstantinos Kavafis

Se, come afferma Capossela, per ogni cosa c’è il suo momento, da poco ci è parso di aver scorto un tempo nuovo, che ha saputo declinarsi in maniera diversa a seconda degli occhi che si sono volti a scrutarlo. Per alcuni si è trattato semplicemente di tempo sospeso in cui attendere l’arrivo di giorni migliori, con la pazienza di chi sa che la pioggia fastidiosa che bagna irriga allo stesso tempo e alimenta semi nascosti. Per altri invece questo momento è giunto inaspettato, ha messo al muro paure e ha scoperchiato solitudini, impossibilitate a trovare consolazione nell’abbraccio discreto di chi si riconosce nel nostro esclusivo modo di rispondere alle difficoltà della vita. È stato prima il momento dell’impotenza, poi dell’angoscia mista a speranza, laddove una voce dall’altra parte del telefono rassicurava per convincere anche se stesso che alla fine tutto sarebbe andato bene. Infine, è arrivato il momento di prendere decisioni, ciascuno per proprio conto, al fine di mettere al riparo la propria barca da un mare pronto per la tempesta. C’è chi ha abbassato serrande, chi, come me, ha cambiato casa, e chi ha spento macchine per accendere computer, trasferendo la propria vita davanti a una scrivania. È stata questa l’occasione forse, nella penombra di stanze che si è imparato a conoscere bene, per toccare con mano la sensazione di sentirsi incapaci di dare risposte diverse a domande cambiate repentinamente. Potrò rivedere i miei genitori? Quando ricomincerò le lezioni? Bisogna davvero aver paura di riappropriarsi di una vita normale?

Ci siamo sentiti tutti più impotenti e al contempo più umani, a contatto con quelle insicurezze che nel via vai di ogni giorno trovano un perfetto travestimento dietro sorrisi di circostanza o sguardi biechi. Molti hanno conosciuto che sapore ha la mancanza quando ci sottrae la compagnia necessaria di chi ci rimane accanto per l’affetto nutrito e al contempo ci ha destato dal torpore delle compagnie casuali. In questo tempo sospeso il ritorno sui banchi è stato atipico ma salvifico; ci ha concesso di distogliere lo sguardo da incertezze crescenti osservando come i ragazzi, che pure a modo loro hanno sofferto per le limitazioni, abbiano attinto a risorse che la gioventù possiede in quantità per ovviare al pericolo di sentirsi fagocitati dall’epidemia. La leggerezza che li contraddistingue stavolta ha ottenuto un posto di onore tra i volti preoccupati degli adulti incerti sui conti da far quadrare. Il loro agire senza filtri ci ha ricordato che conta ancora fare pace con noi stessi per non rischiare di restare in prigione due volte, lontano dal mondo e dalla nostra persona. E allora ecco la didattica a distanza, i sorrisi dietro uno schermo, i “remove” ma anche gli “admite” che hanno permesso di far entrare e uscire ragazzi che, tra una sveglia e l’altra, hanno inaspettatamente cliccato sempre link creati di volta in volta. Per taluni anzi questa è stata la modalità più idonea a un ritorno nel gruppo classe, attraverso uno schermo che a tratti sembrava divenire scudo per difendersi da paure che, tra i banchi di un edificio lontano dalla propria abitazione, si animavano e acquisivano forza. E così, tra un click e l’altro, i giorni sono scivolati via cedendo il passo alla bella stagione a alla conclusione di un anno che ci ha costretto a cambiare marcia e direzione.

Sulla via della conclusione di questa nuova scuola entrata a casa ognuno di noi ha portato a termine interrogazioni, dove a loro veniva chiesto cosa fosse l’Eneide, a noi che aspetto abbia assunto la vita in questi nuovi panni. Alcuni adulti si sono sentiti sufficienti; molti altri, impreparati, hanno provato a chiedere di cambiare domanda e tornare alla vita di prima. I ragazzi invece hanno continuato a recitare l’Iliade e il teorema di Pitagora senza curarsi delle circostanze perché loro, giovani, sanno aggirare talvolta meglio di noi grandi gli ostacoli messi davanti dalla paura di un’esistenza che cambia i presupposti e ci obbliga a nuovi comportamenti. E così, tra un’equazione e l’altra, ci siamo accorti che anche noi insegnanti abbiamo ancora molto da imparare, dai ragazzi e dalla vita, che saggiamente ci ricordano che l’età fa numero ma non ci rende automaticamente adulti e che grandi si diventa davvero quando permettiamo ai più giovani di insegnarci ancora qualcosa.

Prof.ssa Dafne Fossa

“Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno che hai voglia ad aspettare
Un tempo sognato che viene di notte
E un altro di giorno teso
Come un lino a sventolare

C’è un tempo perfetto per fare silenzio
Guardare il passaggio del sole d’estate
E saper raccontare ai nostri bambini quando
È l’ora muta delle fate

C’è un giorno che ci siamo perduti
Come smarrire un anello in un prato
E c’era tutto un programma futuro
Che non abbiamo avverato

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
Qualcosa di buono che verrà
Un attimo fotografato, dipinto, segnato
E quello dopo perduto via
Senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
La sua fotografia

È tempo che sfugge, niente paura
Che prima o poi ci riprende

Perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
Per questo mare infinito di gente

È il medesimo istante per tutti
Che sarà benedetto, io credo,
Da molto lontano

È un giorno che tutta la gente
Si tende la mano

Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno più lungo per aspettare.

Io dico che c’era un tempo sognato

che bisognava sognare.” (Fossati)

E che si sogni, allora.

In tutti quei momenti in cui ci sentiamo privati della nostra routine.

In tutti quegli attimi in cui ci sentiamo detenuti senza aver commesso reato.

In tutti quei frangenti in cui prendono il sopravvento la malinconia, la tristezza, la solitudine, il pessimismo, la nostalgia.

Sognare permette di sopravvivere. Di sperare. Di salvarsi.

Sognare ci sbarazza delle emozioni e ci mette davanti ai sentimenti.

Quei sentimenti sempre antagonisti all’intelletto e alla ragione.

Invisibili al mondo esterno nonostante siano il faro e la bussola che guidano i comportamenti e le scelte di tutti i giorni.

Autentici, così tanto da farne radice nel nostro modo di essere e così altrettanto da aprirci la strada agli obiettivi da raggiungere.

Schiavi dell’omologazione di massa e di quel dover “apparire” a tutti i costi che priva di vivere di desideri.

Eppure sono i desideri a mettere in marcia le nostre risorse più intime. Ci permettono di esternare il nostro tesoro interiore superando i confini individuali, accedendo all’altro, costruendo una relazione.

Sana, naturalmente.

Ed è sana lì dove si presuppone che alla base ci sia un affetto sincero.

Esattamente lo stesso affetto che provo per voi, ormai per me più che un’azienda per cui opero una seconda famiglia con cui coopero.

Il motore del sentimento umano non lascia né indirizzo né traccia. Ma questo è un segreto che il virus non sa, a cui prima o poi dovrà consegnarsi.

In attesa ritorno a sognare….

…. una Pasqua nel mio Molise, con tavoli pieni di pastiere (anche se quelle di nonna nessuno me le fa più), di agnello cacio e ovo (anche se quello di nonno nessuno me lo fa più) e di torcinelli alla brace.

Ma soprattutto con tavoli chiassosi, pieni di gente.  

Pieni di affetti.

Anzi, di affetto.

Serena Pasqua pandemica a tutti voi.

Abbracci.

Prof.ssa Ilaria Struzzolino

IMPRESSIONI SUL LAVORO ON-LINE

ROMA, 30 MAGGIO 2020

Non avrei mai pensato di trovarmi in una situazione di emergenza nazionale anche da un punto di vista educativo e didattico e di dover svolgere il mio lavoro on-line. La tecnologia non è mai stata il mio forte anche perché ritenevo che questo tipo di approccio contribuisse a creare una pericolosa distanza tra l’insegnante e l’alunno e che impedisse il coinvolgimento delle parti così necessario nell’azione educativa. Grazie ad essa, però, sono riuscita a cogliere piccole e favorevoli sfumature caratteriali di alcuni ragazzi. Più che soffermarmi sul profitto scolastico che, nel complesso, può considerarsi discreto, vorrei esprimere la mia soddisfazione nell’aver constatato come, in un ambiente non del tutto formale, gli atteggiamenti e comportamenti volgano al meglio.

Entrare nelle realtà familiari degli studenti, mi ha permesso di instaurare un rapporto piuttosto intimo, seppur nel rispetto del regolamento scolastico. Ho,spesso,interagito con il contesto familiare formato da genitori, fratelli e sorelle la qual cosa mi ha consentito di prendere conoscenza delle dinamiche che intercorrono tra i singoli alunni ed il loro ambiente emotivo e affettivo. Attraverso conversazioni in lingua inglese, su temi attuali, sono emersi i loro desideri, fragilità e non per ultime le loro aspirazioni; tutto questo facilitato e favorito dal particolare rapporto di” vicinanza” che si è venuto a creare e che ha abbattuto il muro di diffidenza, che solitamente si innalza tra l’insegnante e l’alunno che, inevitabilmente, deve misurarsi, anche,con il gruppo classe.

Infatti, alla diffidenza, si è sostituito, gradualmente, un bellissimo e costruttivo rapporto di fiducia che non può e non deve mancare per una corretta e proficua formazione.

Un caro e forte abbraccio e speriamo di vederci presto.

Prof.ssa Lucia Berti

LETTERA AI MIEI STUDENTI

ROMA, 20 MAGGIO 2020

E ora che sta tutto per finire posso dirvelo di quanto è stato difficile, di quanto è stata dura sorridere, sorreggervi, in questo tempo sospeso, irreale, quando la paura e l’ansia non mi facevano respirare. Mi sembrava che fosse il mio primo giorno di lezione. Eppure sono 20 anni che ogni mattina entro in classe!

“Buongiornissimo”! E tutto iniziava, i vostri visi, i vostri sorrisi malinconici, la solitudine,la vostra forza, la vostra presenza, la mia paura di vedervi crollare, piangere, sparire…

Il mio interrogarmi, il mio ponderare le risposte, la voglia di esserci, stringervi, ma allo stesso tempo la consapevolezza di dover essere un’ancora, una certezza, una roccia, incrollabile e inattaccabile.

La mia dolcezza, la mia sensibilità, la mia fragilità, dietro una maschera di normalità!

Mi sembrava cosi strano urlare, interrogare, redarguire dietro uno schermo mentre voi affrontavate una prova difficilissima della vostra vita. Insieme, stavamo scrivendo la storia!

Eppure ci siamo emozionati e incontrati come mai avevamo fatto in presenza, ci siamo capiti e stretti forte e insieme abbiamo vinto.

Quanti lavori, quante mail,quanti messaggi, quanta la vostra voglia di esserci … un esplosione che andava, a volte, perfino contenuta!

Quanti pomeriggi trascorsi a cercare, capire cosa fare, come rendere le lezioni leggere ma allo stesso tempo interessanti e stimolanti. E poi, le vostre risposte, i vostri video, le vostre foto, i vostri elaborati. Lavori appassionati e appassionanti!

Quante lacrime di gioia.

Ero stremata, la sera avevo sempre come un leggero “mal di mare”, ma sapevo che questo strano anno non era  perso per niente, che abbiamo imparato tutti qualcosa di grande, che il rapporto con i miei studenti non sarebbe mai piu’stato lo stesso.

Anno scolastico 2019-2020, Istituto Visconti, non lo dimenticherò mai.

Saluto questo bizzarro anno scolastico con la consapevolezza, più forte che mai, che questo mestiere lo amo più di tutto e ringrazio la mia scuola per avermi offerto gli strumenti per arricchirmi e conoscermi a livello umano e professionale!

Prof.ssa Anna Amendola

29.05.2020

I GUERRIERI DELLA QUARANTENA.

Siamo ormai giunti alla fine di questo tortuoso e lungo anno scolastico. Ci siamo trovati a fronteggiare una situazione che prima di orala leggevamo e studiavamo solo nei libri. Gli adulti increduli del passato e delle pandemie descritte dal Manzoni e dal Boccaccio e gli adolescenti annoiati e scettici su alcune vecchie storie.

Eppure ci siamo trovati in quest’epoca, in cui è tutto un avanzare di tecnologie e corse per raggiungere un mero obiettivo economico o materiale, a fermarci. Le nostre risorse economiche sono state messe in discussione e siamo stati separati dai nostri affetti. La scuola ha subito uno scossone non indifferente. Quel sistema arcaico e secolare che sembra come un ‘signore intubato’ che non vive per avanzare ma per restare immobile, ha subìto un cambiamento.

La scuola che segue programmi statici e pone sempre meno lo sguardo su come i ragazzi e le giovani risorse stanno evolvendo si è trovata a dover cambiare i suoi modi, metodi approcci e metodologie.

La famigerata didattica a distanza se pur separandoci negli abbracci, nei sorrisi, nelle urla e nel chiasso tipico di una classe, ci ha permesso di entrare nelle case, nelle stanze e nell’ intimità di ogni singolo studente. Il ricordo è quello di facce appena sveglie, le camere in disordine, le telecamere spente e le madri che urlavano ‘la lezione è già iniziata’, il giocare alla playstation durante le ore e il confidarsi e lo sfogarsi per, a volte, una insostenibile situazione.

I ragazzi che prima di allora non avrebbero mai immaginato di restare chiusi in gabbia hanno dimostrato di saper affrontare la situazione molto meglio degli adulti. Si è passati da un incontenibile chiasso e voglia di sfidare gli adulti, tipica dell’età adolescenziale, ad un rispettoso silenzio e stima per il lavoro degli insegnanti e della scuola. Più che mai, come docente, mi sono sentito di proteggere e accudire quelle anime disarmate ma combattive.

Nel tempo della quarantena ho notato come il loro stare fermi e non lamentarsi fosse necessario a uscire fuori da questo periodo. Hanno combattuto a suon di compiti, email puntuali e interrogazioni. Hanno dimostrato di essere principi e guerrieri se pur rinunciando alla loro vita sfrenata da adolescenti in rivolta.  Hanno dimostrato e tirato fuori la loro UNICITà che nell’insieme è UNIONE. Certamente, più che mai, in questo periodo, non sono stato io insegnante ma loro.

Si, perché mi hanno insegnato che pazientare e aspettare rispettando i propri doveri e se stessi, alla fine porta al raggiungimento dell’obiettivo comune: la guarigione. Ecco cosa mi porto da questa quarantena. La forza dei miei ragazzi, anzi, del mio esercito di guerrieri della pace.

Grazie a voi tutti miei cari ragazzi e ragazze.

 grazie ai miei colleghi e alla scuola. Grazie infinitamente per tutto il sostegno, i racconti e l’opportunità di crescita che mi è stata data.

Nella speranza di riabbracciarci

Prof. Iovannisci Lorenzo

“Memorie di una quarantena”

Penso che la paura sia un sentimento rispettabile: si ha paura di fronte a qualcosa di inatteso, di sconosciuto, di nuovo.

Avevo già sperimentato la didattica a distanza occasionalmente in passato. Ma ora sarebbe toccato ai “miei” ragazzi – sì, “miei”, perché è questo ciò che sento.

Penso che il nostro non sia solo un lavoro, la nostra professione non ha nulla di freddo, è “calda”, emotiva, sempre coinvolta. E ammetto di essere stata preoccupata per loro, per le loro reazioni ad una “cattività” purtroppo necessaria, per i loro sogni, le angosce, le speranze. E io ho sentito la responsabilità di star loro accanto.

Non ho mai avuto un rapporto distante dalle persone, anche se a volte la timidezza può ingannare, e ai ragazzi ho cercato sempre di comunicare il senso del rispetto, che deve essere reciproco, e dei ruoli, che in una società vanno rispettati. Senza coercizione, senza insofferenza: la scuola è un palco per la vita adulta. E noi dei punti di riferimento.

È chiaro che uno dei primi pensieri sia andato alla didattica. E, maniche rimboccate, ho creato degli strumenti ad hoc per i maturandi, dei giochi interattivi per i più piccoli, esperimenti, collegamenti, sentimenti…questa è stata per me la didattica a distanza, un luogo di condivisione, una parola di conforto, una noiosa lezione su Voltaire, una chiacchiera tra “amici”.

E sia come insegnante che come essere umano, sono grata a loro più di quanto loro sospettino. E sono orgogliosa, tanto, di ognuno di loro.

Grazie anche a voi, colleghi, amici, punti di riferimento. Se l’esperimento è riuscito è merito di tutti e non posso fare altro che dire grazie, col cuore.

Prof.ssa Ornella Barone

E’ successo tutto all’improvviso…

tutto si è fermato, tutto è stato chiuso, tutto è stato isolato. Ci siamo ritrovati nella più profonda confusione di fronte a qualcosa a cui è stato dato un nome ma che era del tutto sconosciuto, qualcosa che ci ha fatto sentire addosso tutta la nostra frangibilità ed umanità. Sgomento, paura, tensione ci facevano compagnia nelle nostre prigioni dorate mentre cercavamo di capire, noi chiusi di qua, cosa accadesse nel mondo aperto di là. Poi, la scossa, quel dinamismo che ha sbloccato il torpore e ci ha fatto ricordare chi siamo e le nostre responsabilità, ed è così che la DAD (didattica a distanza), un altro acronimo che si aggiunge a tutti gli altri, ha preso vita ed ha dato vita, oltre che una parvenza di normalità, infrangendo ogni barriera.

In un attimo le aule sono state sostituite da uno schermo, il gesso da una tastiera, la cattedra da un tavolino, i banchi da tante finestrelle, ognuna delle quali inquadrava una stanza della casa, una stanza che prima era privata, soggettiva, intima, la voce, nella sua intonazione naturale, è stata sostituita dal volume del computer, i compiti in classe o gli esercizi da mail… sembrava ci fosse staticità, fermi sulle sedie, tra un caffè o una colazione in attesa di essere finita, foto alle pareti o poster, invece era dinamismo perché il mondo fuori era fermo, ma tramite un semplice contatto, la vita didattica continuava, i pensieri degli autori venivano affrontati e, come prima, anche la vita vera era trattata.

Contatto… un termine dalla doppia valenza! Contatto in senso tecnologico e contatto di cui siamo stati privati fatto di abbracci, scappellotti, sguardi che è stato ripristinato, anche se con un’altra modalità, anche se in maniera totalmente diversa. L’orario personale  che ogni docente aveva è stato rispettato ora dopo ora, giorno dopo giorno, le lezioni didattiche continuavano ad essere svolte regolarmente, anche i colloqui con i genitori non hanno subito scossoni o variazioni, proprio per garantire continuità, trasparenza e normalità, mentre fuori tutto si complicava, si aggravava, si drammatizzava.

Se nel mondo fuori ci sono stati “eroi” come medici, infermieri, volontari, di qua, in questo schermo c’era un’altra dimensione, altri “eroi”, docenti e discenti, che non si sono arresi ed hanno continuato a svolgere il loro lavoro, quello per cui esistono, con grande determinazione e volontà, a volte lamentandosi (come è nell’essere umano), altre volte ringraziando, sempre confrontandosi tra la pseudo-realtà che si osservava e la realtà che si spiegava attraverso autori o correnti letterarie, filosofiche, artistiche. L’intimità delle confidenze affidate ad email personali, mentre prima ci si ritrovava nei corridoi della scuola chiusi in un abbraccio per nascondere le lagrime; la gratificazione o la polemica per un voto durante un’interrogazione  online passava inosservata, mentre prima si era seguiti ovunque, di classe in classe, per avere una seconda occasione o per ricevere ringraziamenti; volti assonnati o entrate in seconda esattamente come prima, quando ci si avvicinava al banco e, alzando la voce, si diceva :<< Forza!, Ce la puoi fare a stare sveglio!>>.

Cos’è cambiato con la DAD? Tutto e niente!

Personalmente, forse perché amo la semplicità, preferisco la scuola “alla vecchia maniera”, una scuola fatta di contatto, in cui viene garantita la propria identità e personalità, oltre che unicità, anche grazie alla grafia in un compito o al confronto “occhi negli occhi”, nello sforzo di leggere un libro sfogliando le pagine e non cliccando un tasto, una scuola fatta di colori, rumori, profumi, chiacchiericcio, in cui le parole non sono scritte in una mail ma vengono accompagnate nel quotidiano da gesti quotidiani, da lezioni, da esempi. Qualcuno potrebbe ribattere, affermando:<<Si può fare tranquillamente anche con la DAD>>… Sì, può essere, ma non è mai la stessa cosa! E’ come scegliere tra un mazzo di rose plastificate e un mazzo di rose vere…potrebbe non esserci differenza, eppure, in realtà, è abissale…la differenza tra illusione e realtà. Ecco, la DAD è una realtà virtuale che non può ledere ma alterare, la didattica in presenza è una realtà vera in cui ogni cosa ed ogni persona ha una sua valenza, un significato ed un significante, senza possibilità di reinterpretazione o riadattamento. Ed ovviamente non mi riferisco solo al rapporto docente-alunno, anche docente-docente..siamo sempre stati una squadra, siamo sempre stati una micro-famiglia, la DAD non ci ha avvicinato, ci ha soltanto “valorizzato”, laddove ce ne fosse stato bisogno; da coriandoli trasportati dal vento, siamo diventati tessere di un grande mosaico nell’arabesco della vita.

A voi tutti, Presidenza, Segreteria, Docenti, Alunni, Scuola, a voi tutti un grazie vero e reale per quest’ennesima esperienza ed opportunità in una pagina di storia che, certo, rimarrà unica nel suo genere ma che è testimonianza di emozioni, sentimenti, pensieri concreti, intimi e personali.

Prof.ssa A.Pina Montagna

RIFLESSIONI DI UNA DOCENTE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

 LE PRIMISSIME IMPRESSIONI

54 giorni ……… Il tempo sembra essersi fermato da quel 5 Marzo, quando le scuole sono state chiuse.

I nostri ragazzi, inizialmente l’hanno presa molto bene, anzi direi proprio allegramente. Alla diffusione della notizia, subito grida di esultazione: “La scuola chiude, e vai …..!!!!La prossima settimana avevo anche il compito in classe di matematica , tutto all’aria!!!Vacanza!!!”

Ben presto hanno dovuto fare i conti con una triste realtà: quella non era una vacanza, non si poteva più uscire di casa, nessuno avrebbe più potuto farlo per un numero non definito di giorni!!!

Il loro desiderio, anzi la loro smania adolescenziale di divertirsi con i coetanei, di uscire all’aria aperta, scorazzando per le strade con quelle macchinette che li fanno sentire grandi perché simili a quelle degli adulti, subiva una brusca frenata d’arresto: un mostro “invisibile” cominciava a farsi strada dinanzi a loro. I volti dei loro genitori non erano più gli stessi: preoccupati, tesi, destabilizzati.

I telegiornali cominciavano a parlare di morti, prima centinaia, poi migliaia.

sI è vero, tutto era partito dalla Cina, ma pian piano il mostro aveva attaccato l’Italia, in particolare le regioni del nord, e poi si era diffuso rapidamente anche in Spagna, Francia, Gran Bretagna e negli Stati Uniti D’America. Insomma, non c’era scampo per nessuno, non solo nella nostra Italia ma in tutto il mondo: era “pandemia”!

Il mostro “invisibile” assumeva contorni ben definiti: il COVID 19, un virus capace di provocare la morte, soprattutto negli anziani e nei soggetti immunodepressi, ma non solo !!!

Tutte le scuole si attivavano per la didattica a distanza perché la pandemia sarebbe durata qualche tempo.

La scuola in cui svolgo orgogliosamente l’attività di docenza, l’Istituto Visconti paritario di via Nazario Sauro 1, è stato il primo ad attivarsi e l’11 marzo, grazie alla proprietà – “Fondazione Granese” – attraverso la piattaforma zoom, si attivavano le video-lezioni di tutte le materie con orario normale (ogni ora aveva una durata ridotta, di circa 40 minuti, invece dei soliti 50!).

Aprivo il PC per la mia prima lezione e gli occhi dei miei ragazzi del quinto scientifico sportivo, sez. A (ma lo stesso accadeva nell’ora successiva per la VB), si illuminavano di gioia: credo, sinceramente, di non averli mai visti così felici di vedermi ed anche io lo ero……!

Loro trovavano in me quell’appiglio alla normalità, quella prosecuzione della loro quotidianità che non volevano e non dovevano perdere: anche io mi commuovevo e si instaurava subito una rapporto di “vicinanza”, di “fratellanza” direi, dove non ci sentivamo rispettivamente alunni e professoressa ma semplicemente “persone unite da un comune destino”, che si vogliono bene e che hanno piacere nel “ritrovarsi”, pur nella consapevolezza della diversità dei ruoli.

Si creava un’intimità diversa e nuova, entravo nelle loro case, alcuni mi mostravano con piacere le loro camerette come se mi stessero invitando ad entrare nelle loro abitazioni ed a far parte veramente della loro vita.

Mi piaceva questa nuova complicità e mi chiedevo se tutto questo rappresentasse l’inizio di una nuova era scolastica: quella della digitalizzazione!

Di qui una serie di riflessioni di carattere generale che ho deciso di cristallizzare per iscritto  e di dividere in brevi paragrafi, sulla relazione tra docente e discente, sulla richiesta di attenzione dei figli, sul nuovo ruolo dei docenti quali primi educatori e quali talent-scout, sulla chiave di comunicazione per entrare in contatto con i ragazzi, sul modo di rendere l’insegnamento delle varie discipline più’ interessante, sugli aspetti positivi e le pochissime criticità della didattica a distanza ed, infine, uno sguardo al futuro alla luce di quest’esperienza della didattica on line in  modo da comprendere cosa trattenere e valorizzare.

  1. L’IMPORTANZA DELLA RELAZIONE TRA IL DOCENTE ED IL DISCENTE

 Non so come sarà la scuola del futuro, ma una cosa è certa: la mia scuola  non si è fatta trovare impreparata dinanzi alla sfida digitale. Certo, non tutte le scuole nella stessa misura: posso dire con un certa fierezza che il mio programma didattico non solo è andato avanti regolarmente, ma è stato più intenso (ho trattato anche argomenti che non erano nel programma) e si è instaurato un rapporto più vicino ed intimo con tutti i ragazzi: per loro sono stata qualcosa di più di una semplice professoressa, una confidente forse?

Probabile, anche se il termine non è esaustivo: quest’esperienza, infatti, mi ha confermato che la docenza presuppone la relazione tra docente e discente.

Non si può pretendere in “insegnare”, di comunicare il proprio sapere senza prima aver conosciuto l’anima dei propri interlocutori.

Come è possibile pensare, anzi solo ipotizzare, che il filo della comunicazione passi solo attraverso la consapevolezza di un diverso ruolo, quale quello di docente e quello di alunno?

Non autorità ma autorevolezza, non distacco ma vicinanza, non rigidità ma flessibilità orientata alla comprensione. Questi sono i principi-guida che dovrebbero ispirare l’attività di Noi insegnanti e nessun altro!

  Se veramente crediamo in quel principio di uguaglianza proclamato dall’art. 3 della Nostra Carta Costituzionale come possiamo pensare che la diversità dei Nostri allievi non vada accettata, compresa e valorizzata? 

Spesso i pregiudizi ed i retaggi mentali che ci portiamo dietro, ci inducono ad “etichettare” un alunno sulla base dei suoi comportamenti esteriori  e/o della sua negligenza nello studio: nulla di più erroneo.

Il disagio dei ragazzi è il segno di un malessere molto più profondo che pervade i loro cuori e, nella maggior parte dei casi, costituisce solo un richiamo di attenzione. Si è proprio questa la parola chiave: ATTENZIONE!

1.2 LA RICHIESTA DI ATTENZIONE DEI FIGLI AI GENITORI ED IL NUOVO RUOLO DEI DOCENTI QUALI “PRIMI EDUCATORI”

I genitori, presi dalla corsa frenetica del lavoro, spinti dall’unica forza motrice” del guadagno”, sono generosi nel dare ai figli i beni materiali quali l’IPHONE di ultima generazione, o la “mini car” più costosa che ci sia, ma sono avari nel dare loro il bene di cui hanno più bisogno: l’attenzione e l’ascolto. Paroline magiche che forse, quest’esperienza della pandemia ci insegnerà a valorizzare, trasformandole da vuoti suoni in effettive realtà, in azioni semplici ma fondamentali come, per esempio, interrompere un importante telefonata di lavoro dinanzi ad una frase buttata lì da tuo figlio del tipo “Mamma, ti devo dire una cosa…..”!

   Anche se per Noi quella cosa è futile, non ha senso, trattandosi semplicemente delle “battute scambiate con un amico” o del “film” che gli piacerebbe vedere in tv, non ignorarlo: sono le sue opinioni, i suoi gusti, la sua personalità che si va forgiando. Hai il sacrosanto dovere di ”ASCOLTARLO” e  di  non deriderlo, ma di comprenderlo.

 E se ti mette all’orecchio l’ultima canzone “rap” dal testo irripetibile, non fuggire via dicendo: ”Terribile, come fai ad ascoltare queste cose…….che oscenità!!!”

Ma pur senza rinnegare il tuo gusto diverso, puoi accettare ed accogliere il suo con un’espressione del tipo: “E’ diversa da quella che ascolto solitamente, ma capisco che ti possa piacere anche se non capisco molto bene il testo ed il suo senso! Grazie, però, per avermela fatta ascoltare!!!”

I genitori dovrebbero comprendere l’essenza del concetto attenzione e di ascolto e modellare i loro comportamenti quotidiani in un percorso effettivo di crescita del rapporto con i loro figli.

Non è un caso se spesso mi sono trovata nei colloqui con i genitori a dialogare con persone “testarde”, immobilizzate nelle loro rigidità mentali che li portavano o a condannare i loro figli diventati improvvisamente sconosciuti ai loro occhi oppure a giustificarli  oltre ogni limite : in entrambi i casi con l’unico obiettivo di “non avere problemi” e di allontanare quelli che eventualmente sarebbero potuti derivare dall’acquisizione della consapevolezza di  non aver svolto “adeguatamente” il loro ruolo.

Di qui un compito difficilissimo per i docenti: siamo diventati i “PRIMI educatori”. Chi ci ha dato tale incarico? I genitori, ovviamente: “La prego ci pensi Lei a raddrizzarlo! Professoressa, gli faccia capire Lei l’importanza del rispetto e della famiglia, per favore!!!!”. Quante volte mi hanno detto queste frasi!!!! Cento, mille no, molto di più probabilmente….

 E personalmente, come tanti colleghi, non mi tiro indietro da questa responsabilità, ma deve trattarsi di una responsabilità condivisa: come genitore non si può pensare che il proprio lavoro ed il proprio compito si esaurisca in formale “accudimento”, non è così!!!

Il tuo compito di un genitore è infinito, molto faticoso, impegnativo, continuo. Spesso non si ha tempo da dedicare alla palestra, alla lettura, ai propri hobbies, a te stesso……. .

Quale docente, mi rammarica questa situazione, ma non mi interessa: devi, e sottolineo devi, trovare il tempo da dedicare ai tuoi figli e collaborare con chi vuole valorizzare, con il tuo aiuto, i loro talenti.  Perché? Perché tutti abbiamo qualche talento che ci contraddistingue, ma qualcuno ci deve aiutare a scoprirlo!

Vi siete mai chiesti perché i ragazzi arrivano al termine della scuola secondaria di secondo grado e, in procinto della maturità, non hanno ancora le idee chiare sui loro gusti futuri, sulla scelta della loro futura facoltà e, men che meno, sul loro possibile futuro lavoro?

La colpa è Nostra, delle famiglie: li abbiamo “allevati” non educati, abbiamo saziato solo i loro bisogni “materiali”, ma non anche di quelli spirituali, ci siamo alleggeriti dei nostri compiti, non comunicando loro “lo stupore” per tutto il “bello” che ci circonda, dalla natura all’arte, non abbiamo solleticato la loro curiosità ed il loro innato desiderio di conoscenza.

Omettendo di fare questo, abbia favorito la loro apatia ed una falsa concezione della loro felicità come “soddisfazione di bisogni istantanei, non durevoli, in una parola “effimeri”!!!

E così facendo li abbiamo resi ciechi, impossibilitati a vedere fuori e, soprattutto, dentro di loro; non sanno più chi sono, quali sono i loro gusti, cosa faranno nel futuro; quello conta è “apparire bene”: come? Indossando l’ultimo modello delle scarpe della “Nike”, per esempio o “postando foto e storie” dove conta il contesto, l’ambiente  circostante più che le persone che ci stanno vicino!  E se non riescono ad “apparire bene”, come intendono loro? Si deprimono, non sono felici, diventano apatici.

In tale quadro la felicità diventa sinonimo di “apparenza” e di “possesso”.

Nulla di più lontano dalla percezione dell’essenza reale di tale concetto.

A tal proposito, sarebbe opportuno riflettere Noi tutti, genitori, docenti e figli su queste parole di Papa Francesco che, invece, ben colgono il senso più profondo dell’ “essere felici”:  “Essere felici non è solo celebrare i successi ma imparare dai fallimenti. Non è solo sentirsi felici con gli applausi, ma essere felici nell’anonimato. Essere felici non è una fatalità del destino ma un risultato per coloro che possono viaggiare dentro se stessi. Essere felici è smettere di sentirsi una vittima e diventare autore del proprio destino……(Omissisis)Essere felici è lasciare vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice”.

1.3 NON GIUDICHIAMO I NOSTRI RAGAZZI: DIAMOGLI TEMPO E TROVIAMO LA GIUSTA CHIAVE DI COMUNICAZIONE

Tuttavia, l’apatia e la falsa concezione della “felicità” che spesso troviamo nei ragazzi, non deve indurci a rapidi e definitivi giudizi.

E’ sempre facile dall’alto della propria esperienza, con un po’ di anni alle spalle, giudicare la generazione attuale di giovani qualificandoli come nullafacenti, pigri, vuoti…..

Non ho mai gradito quelli che giudicano e, quando l’occasione mi si è presentata, ho cercato sempre di non farlo, pensando quanto sia facile dare giudizi  e valutare e quanto sia “superficiale” farlo senza conoscere le storie dei Nostri ragazzi:  chi può  immaginare quanta sofferenza ci sia nel cuore di un ragazzo i cui genitori si stanno separando o si siano separati da qualche tempo ?Chi può immaginare quanto dolore ci sia nel cuore di un ragazzo che ha appena perso un proprio caro, così improvvisamente, nel giro di pochi giorni, per via del CORONAVIRUS?

Si può biasimare la sua condotta se decide di non studiare più e se si chiude a riccio rifiutando di parlare con chiunque? No, non si può: l’unica cosa è dare tempo, avere pazienza, comprensione. Non importa se una parte del programma quel Nostro alunno non la conoscerà bene o addirittura per niente: l’importante è trovare la giusta chiave di comunicazione ossia il modo per entrare in contatto con lui. Questo può avvenire in mille maniere diverse: con un silenzio, con un gesto, con una parola.

Ma se questo avviene, il professore ha vinto: forse non sarà riuscito a soddisfare la sete di conoscenza di quel ragazzo, ma sicuramente avrà soddisfatto la sua sete di “amore” ed attenzione ed avrà posto le basi perché quel suo alunno possa innamorarsi della vita in tutta la sua essenza, con i suoi dolori e le sue gioie, le sue stravaganze, le sue imprevedibilità, i suoi colori, i suoi suoni, la sua natura, le sue emozioni!

Credo che il momento più toccante della mia attività di docente sia stato quando, durante questi giorni di didattica a distanza, un mio alunno, ha perso suo padre a causa di questo mostro invisibile: il COVID 19.

Quando l’ho saputo, direttamente, dalla scuola gli ho scritto via email un semplice messaggio per rappresentargli la mia vicinanza: vicinanza reale, non solo perché quel ragazzo sta frequentando una mia classe e lo conosco da qualche tempo ed è un ragazzo molto educato, garbato, riservato, quasi di altri tempi, ma perché ha ravvivato il dolore per la morte di mio padre perso a 19 anni appena compiuti, il giorno antecedente il mio primo esame universitario.

In un attimo ti crolla il mondo addosso e ti domandi perché questa cosa sia dovuta accadere proprio a Te, ti chiedi cosa puoi aver fatto di male per meritarti una tale punizione e non trovi risposte, nessuna risposta: non hai ancora gli strumenti psicologici per metabolizzare un lutto di portata così devastante.

L’aver provato queste sensazioni mi ha dato forse la possibilità di dire le parole giuste, se cosi si possono definire (ma è certamente una forzatura!) cercando dentro di me le sensazioni che provavo e quello che avrei voluto sentirmi dire, ma soprattutto, mi ha unito, nonostante la distanza fisica enormemente a questo mio alunno, facendomi entrare in reale empatica con Lui.

Questo ragazzo, di cui per rispetto della sua privacy preferisco non fare il nome, ha seguito da subito le lezioni, il giorno dopo la morte del padre: con la morte nel cuore ed un dolore lacerante, si è messo in gioco in modo attivo e partecipativo come pochissimi altri avrebbero fatto.

Portando il dolore con estrema dignità e sobrietà, e seguendo le video-lezioni senza chiedere a nessun professore del tempo suppletivo per affrontare il lutto, ha dato un grande  esempio  a tutti Noi: quando una persona ti lascia il miglior modo per ricordarla è renderla fiera di Te dovunque essa sia ( ed io ho la certezza che sia illuminato dalla luce eterna di Nostro padre e di Gesu’), dedicando il tuo tempo ed il tuo impegno all’attività tua propria (che nella fattispecie in esame era quella di studente) e facendola al meglio delle tue possibilità!

Sarà per questa ragione, forse, che la frase che riassume la mia filosofia di vita è una frase di Giovanni Paolo II: ”Prendete in mano la Vostra Vita e fatene un capolavoro !”

1.4 L’ATTIVITA’ DI DOCENTE: PIU’ CHE UN’ATTIVITA’ UNA VOCAZIONE.

 LA MIA STORIA

 Nel mio piccolo cerco ogni giorno di dare seguito a quest’esortazione di Giovanni Paolo II soprattutto da quando, circa sei anni fa, ho compreso la sostanza più profonda di quest’affermazione e da allora l’avvocatura non  mi ha avuto più in esclusiva , ma mi ha dovuto condividere con la docenza.

Eh già, perché in realtà sono un avvocato che verso la mezz’età della sua vita (nel “mezzo del cammin di nostra vita”, d’altra parte,  Dante ci insegna  accadono molte cose……!)ha sentito la vocazione dell’insegnamento.

Si, una vera vocazione che ha cambiato la mia esistenza, arricchendola immensamente, non di beni materiali ma di emozioni, sentimenti positivi, entusiasmo, in una parola nuova energia vitale.

Laureata a 22 anni in giurisprudenza con 110 e Lode, mia madre aveva già deciso il mio futuro e non c’era alcuno spazio per le mie scelte ed i miei gusti personali: avrei dovuto fare l’avvocato.

Mia madre casalinga insoddisfatta, aveva riversato di me e mia sorella le sue aspirazioni non realizzate inculcandoci , con una certa severità, l’ansia dello studio ed il principio secondo cui Noi avremmo dovuto raggiungere posizioni economiche e sociali di rilevo, avere una certo benessere economico in modo da poterci permettere una vita agiata,  circondate da  persone di un determinato livello culturale e sociale e in modo da non dovere mai fare quei sacrifici che Lei e mio padre (un dirigente dell’INPS) avevano dovuto fare!

La docilità di una figlia come me, sempre obbediente, mai ribelle, aveva costituito un terreno molto fertile per i suoi progetti ambiziosi che non si sono tardati a realizzare: una laurea in giurisprudenza conseguita in tre anni ed una sessione, poi l’esame di avvocato , una gavetta durissima-non retribuita- negli studi professionali con personaggi  davvero spietati che mi riportano alla memoria quel famoso film ”Vial col vento” e la famosa “Mami”, domestica maltrattata ed umiliata dalla bellissima Rossella ‘Ohara interpretata dall’indimenticabile Vivian Leigh (io, naturalmente, mi identificavo con la Mami!)

Insomma, da lì cominciai a comprendere che nei vecchi proverbi popolari si annida una saggezza antica “autentica”, in particolare in quello che dice: ”Non è oro tutto quel che luccica!”

Cominciai a fare l’avvocato, riusciì a crearmi un mio studio ma, nonostante il mio carattere sempre piuttosto gioviale, non avevo la pace nel cuore: quel lavoro così faticoso mi appassionava quando studiavo il diritto ed individuavo la strategia che mi consentiva di vincere il giudizio, ma diventava “detestabile” quando mi trovavo dinanzi ad iniquità del sistema che pregiudicava gli utenti della”Giustizia”.

Si, i cittadini, cioè gli utenti del sistema giustizia, erano i più penalizzati: vittime di processi lunghi e che, spesso, nonostante la vittoria non portavano a nulla di concreto.

Come si può credere nella giustizia, vincere un processo contro un gruppo societario e non vedere il risultato concreto di quella vittoria perché la società magicamente scompare?

Senza dilungarmi troppo in tale narrazione, ad un certo momento compresi che non potevo però proseguire in quel modo: potevo continuare a fare l’avvocato occupandomi solo del diritto di famiglia (per il quale ho sempre dimostrato modestamente una spiccata propensione) e della legislazione scolastica, ma dovevo fare anche qualcos’altro.

Mi sentivo incompleta ed anche un po’ inutile: dovevo dare un contributo maggiore alla società, non solo difendendo i diritti dei minori, ma occupandomi della loro formazione. Come?

Ecco la risposta: la lampadina mi si accese. Ovvio: insegnando diritto e/o educazione civica, formando e plasmando le giovani generazioni al rispetto delle regole, alla solidarietà, all’onestà, all’uguaglianza, al concetto di “bene comune”, alla conoscenza della Carta Costituzionale che contiene questi fondamentali principi-valori e non solo….!

Da quel momento è iniziata la più bell’avventura della mia vita!

1.5   IL DOCENTE QUALE TALENT-SCOUT

 Una cosa mi è chiara da quando svolgo l’attività di insegnante: il docente non deve semplicemente, saper insegnare, ma far innamorare i tuoi studenti di quella materia, portarLi a studiare non “perché devono” ma “perchè vogliono” ossia perché sinceramente interessati.

Come si ottiene questo risultato?

Un mix di elementi combinati tra loro: eccellente preparazione, ma anche empatia con gli studenti, capacità di comprenderli realmente nel loro animo, andando incontro a chi sta affrontando momenti personali-familiari difficili ma anche mettendo a nudo la loro “pigrizia” e, talvolta anche la loro “maleducazione”, cercando di stimolarli in tutti i modi possibili per valorizzare i loro talenti.

Perché vedete, ognuno di Noi ha dei talenti ed il ruolo del docente, in collaborazione con il genitore è proprio questo: tirarlo fuori, farlo emergere, aiutare i ragazzi a guardare dentro se stessi per scoprirlo.

Certo, non posso negarVi che qualche caso disperato ci sia, come per esempio, qualche alunno estremamente pigro e perennemente “assente” dalla classe, anche se fisicamente presente, che si disinteressa di tutto quello che accade intorno a Lui oppure si interessa ma in maniera “malata” come , per esempio, intervenendo per battute di cattivo gusto, sopra le righe, utilizzando un “gergo” offensivo, semplicemente per attaccare senza alcun valido motivo un compagno di classe nei cui confronti non nutre simpatia: ma, anche in questo caso  l’insegnante può riuscire ad individuare qualcosa di “positivo” in quel ragazzo, può lavorare con lui ed arrivare a   distruggere quell’armatura che  lo stesso si è creato per allontanarsi da un mondo da cui lo stesso non si sente accettato e , con molto tempo ed  infinita pazienza , aiutarlo a trovare la sua identità e con essa  i suoi talenti, le sue qualità. Si tratta di un lavoro quotidiano, molto faticoso per il docente che nel frattempo risulta impegnato su mille altri fronti (portare avanti il suo programma didattico, correggere a casa i vari compiti in classe, aggiornarsi, partecipare ai vari Consigli di classe, fare i colloqui con i genitori, promuovere iniziative “di crescita” all’interno della sua scuola ecc.) e tuttavia necessario per estrapolare da Nostri ragazzi la loro complessa  umanità fatta di intense emozioni, trasgressione delle regole, linguaggio irrispettoso ma anche di sani sentimenti di lealtà, onestà, e, soprattutto, amicizia.

1.6 L’AUTENTICITA’ DEL SENTIMENTO DELL’AMICIZIA DEI NOSTRI RAGAZZI

Si, dovremmo imparare dai Nostri ragazzi il senso più genuino ed autentico di questo termine: per loro amicizia è dare, senza necessariamente ricevere, è ascoltare senza necessariamente parlare, avere la gioia di comunicare con l’altro in qualunque modo, e sapete perché?

Perché loro al contrario di Noi non hanno sovrastrutture mentali, non sono orgogliosi, permalosi, non si fanno elucubrazioni mentali sulla “parole dette”, sul significato più nascosto ed anche più fantasioso delle stesse, come facciamo spesso Noi adulti. No, tutto questo in loro non c’è   ma, invece, c’è in loro un sano sentimento dell’amicizia, lontano da interessi economici, fatto solo di condivisione di slanci gioiosi o di momenti di profonda tristezza (tipici entrambi dell’età liceale), insomma un sentimento autentico!

Forse siamo Noi, i docenti, quelli più malati di loro, forse siamo Noi chiamati a mettere in discussione le nostre sovrastrutture mentali, i nostri metri di giudizio erroneamente valutati “infallibili”.

Siamo Noi quelli che viviamo i Nostri rapporti con quella dose di malizia che ormai ha pervaso la nostra vita, dove la relazione umana si basa su uno scambio dare-avere molto preciso e guidato sempre, dico sempre, da una logica opportunistica, finalizzata al conseguimento di un vantaggio per se stessi  o per i propri cari.

Queste riflessioni mi fanno sorridere: vogliamo educare i Nostri giovani, ma siamo Noi i primi a dover essere educati!

Eh già, dobbiamo essere educati al rispetto delle regole, all’onestà, alla solidarietà che è qualcosa di più di un semplice aiuto all’altro ricomprendendo in sé i concetti di   apertura, disponibilità all’accoglienza,   all’ascolto dell’altro e rispetto della sua idea, soprattutto se diversa dalla Nostra.

1.7 L’IMPORTANZA DI ESSERE PARTE DI UN “TEAM” E DI AVERE UNA DIREZIONE SCOLASTICA/PROPRIETA’ LUNGIMIRANTE

 Da quando ho iniziato l’attività di “docente”, ho anche compreso che la buona docenza si fa in gruppo; se fai parte di una squadra di calcio, ognuno deve giocare al meglio il suo ruolo, con lo stesso unico obiettivo: segnare il goal!

Il goal più importante per i docenti di una scuola è formare i ragazzi, traghettarli dall’adolescenza alla “gioventù’”, facendoli diventare cittadini responsabili, che conoscono le leggi e le rispettano, che rispettano il loro prossimo, che agiscono sempre con onestà e lealtà e per il benessere comune.

Bello a dirsi, ma davvero complicato a farsi (ecco perché è giusto parlare di vocazione all’insegnamento!): per farlo serve essere “team”, squadra, o semplicememte un gruppo.

I miei colleghi sono davvero speciali, tutti molto diversi caratterialmente tra loro, ma accomunati da una grande passione: l’amore per l’insegnamento ed il desiderio di arricchire gli studenti, senza rinunciare a farsi arricchire da quest’ultimi!

Dove il termine arricchimento non è semplice comunicazione di conoscenza, ma molto di più: direi che si tratta di un cammino comune alla scoperta della Nostra identità guidati da alcuni principi-valore base come rispetto per se stessi e per gli altri, ascolto, solidarietà, onestà, rispetto delle regole, energia ed entusiasmo per la vita.

Tra Noi non c’è competizione o antagonismo, ma collaborazione, non c’è gelosia dei successi altrui ma sincero compiacimento e, soprattutto, stima reciproca: si, è vero, ci sono qualche volta incomprensioni e liti, ma quale vera famiglia non ne ha?

Ecco, di loro sento profondamente la mancanza in questo momento di quarantena forzata, ma i nostri incontri domenicali on line, sono di grandissimo conforto. A loro ho dedicato anche una breve poesia che riporto qui di seguito (forse un po’ esagerato definirla “poesia”, ma più onesto parole in rima!) che in modo piuttosto elementare ma autentico può condurre il lettore a comprendere il profondo affetto che mi unisce a loro:

                              “I PROFESSORI DEL VISCONTI

 DA QUALCHE TEMPO, I PROFESSORI DEL VISCONTI MI HANNO APERTO NUOVI ORIZZONTI:

DA AVVOCATESSA MI HANNO TRASFORMATO IN PROFESSORESSA.

GRAZIE A LORO HO COMPRESO :

 -CHE  SOLO LA DEDIZIONE NELL’INSEGNAMENTO PORTA AL VERO APPRENDIMENTO;

-CHE PRIMA DI INFIERIRE DEVI CAPIRE;

-CHE QUANDO E’ IL CASO, DEVI ANCHE PUNIRE;

 -CHE SOLO SE HAI UN’INFINITA PAZIENZA , PUOI CONDURRE GLI 

ALUNNI ALLA CONOSCENZA, CHE POI NON E’ PER TUTTI NELLA STESSA

MISURA PERCHE’ PER ALCUNI E’UNA STORIA DURA, MENTRE PER ALTRI UNA BELLA AVVENTURA!

 LI ADORO TUTTI I PROFESSORI DEL VISCONTI PERCHE’ SONO TUTTI SU PIU’ FRONTI:   C’E’ CHI E’ PIU’ ATTIVO, CHI PIU’’ REMISSIVO, CHI PIU’ SERIOSO, CHI PIU’ SCHERZOSO, CHI PIU’ RIFLESSIVO, CHI PIU’ IMPULSIVO….

MA IN TUTTA QUELLA DIFFERENZA C’E’ IL GERME DELLA BENEVOLENZA CHE CI RENDE OGNUNO A PROPRIO MODO SPECIALE ED ANCHE UN PO’ ORIGINALE: ECCO IL SENSO DI QUELL’ACCOGLIENZA E DI QUELL’INCLUSIONE CHE E’ IL MOTTO DELLA NOSTRA AGGREGAZIONE.

ESSERE DIVERSI NON SIGNIFICA ESSERE AVVERSI MA AMARE ED ABBRACCIARE CHI NON CI SOMIGLIA COME AVVIENA IN UNA GRANDE FAMIGLIA!

Con affetto sincero

  Gloria”

Sarò stata una donna fortunata ma, credetemi, nella mia scuola il Visconti di Via Sauro, in Roma, di proprietà della Fondazione Granese, ho incontrato gli insegnanti che avrei sempre voluto avere io quando ero alunna del mio liceo classico: docenti molto preparati, competenti ma, soprattutto, appassionati. E solo se hai vera passione puoi comunicare ai tuoi interlocutori l’essenza della disciplina che insegni che non è semplicemente, saper insegnare, ma far innamorare i tuoi studenti di quella materia, portarli a studiare non “perché devono” ma “perchè vogliono” ossia perché sinceramente interessati.

E’ chiaro che tutto questo è potuto avvenire grazie ad una Direzione scolastica/proprietà lungimirante, unita ad un’efficiente segreteria didattica: a tal proposito, avverto la necessità di citare proprio i nomi di quelle persone a cui devo moltissimo non solo, perché, non conoscendomi, in base al mio curriculum vitae  e a qualche colloquio,  hanno avuto fiducia in me, credendo  nelle mie capacità di “docente” e mi hanno affidato l’insegnamento  della disciplina del  “Diritto ed economia dello sport” (e spero, da settembre, anche l’educazione civica!), ma perché mi hanno consentito  di dare seguito alla mia passione-vocazione: l’insegnamento!

Mi riferisco alla proprietà della scuola, Fondazione Granese: la Signora Luisa Simeone, alla cui eleganza corrisponde una grande lungimiranza ed un problem solving senza uguali, una donna che definirei  “sapiente” dove in questo concetto si sintetizza, a mio parere, la forma più elevata di cultura in cui la conoscenza si unisce alla saggezza.

Sempre presente con i suoi suggerimenti e le sue indicazioni la Sig.ra Simeoni ha guidato i docenti nella direzione del dialogo e dell’ascolto sia degli studenti che dei genitori, verso quella “collaborazione intelligente” tra famiglia e scuola che, sola,  può portare alla vera formazione dei Nostri ragazzi, non tralasciando mai di ricordare a noi insegnanti l’importanza del concetto di autorevolezza, ben distinto da quello  di autoritarietà.  

Grazie anche alla Vicepresidenza nella persona di Manfredi ed Adele Granese sempre vicini a Noi professori, disponibili all’ascolto, con una semplicità ed un’attenzione immensa, anche loro sempre prodighi di consigli e suggerimenti intelligenti ed acuti.

Grazie a Miriam Del Greco, segretaria didattica così efficiente da sembrare finta: una vera “macchina da guerra”, risolutrice di molti problemi buricratici e pratici, dotata di grande spirito organizzativo, dotata però di grande sensibilità ed umanità.

Grazie anche al Nostro collaboratore didattico Emanuele, sempre disponibile a farci fotocopie e ad illuminare l’inizio delle Nostre giornate con il suo sorriso, ed ai Nostri collaboratori scolastici Antonio ed Efraim.

Ecco una direzione scolastica così strutturata mi ha insegnato il valore della cura e dell’attenzione: quando vuoi far crescere un fiore devi annaffiarlo nel modo giusto, saper dosare bene acqua e “sole”, esponendolo nella giusta posizione a seconda della tipologia.

Così è necessario fare con la scuola: se vuoi formare veramente i ragazzi e portarLi ad essere i protagonisti del Nostro futuro, devi esserci, devi stare nel Tuo ruolo con dedizione, impegno e passione, proprio come fa la  Proprietà/Direzione scolastica del Visconti.

Grazie a tutti per essere come siete!!! 

1.8 BREVI APPUNTI GIORNALIERI SULLA DIDATTICA A DISTANZA    ANALISI SCHEMATICA  DEGLI ASPETTI  POSITIVI  DELLE VIDEOLEZIONI E DELLE CRITICITA’

I ASPETTO: MAGGIORE VICINANZA TRA PROFESSORE ED ALUNNI, ATTEGGIAMENTO DI ACCOGLIENZA DELLA PRIMA NEI CONFRONTI DELLA SECONDA E VICEVERSA; DISPONIBILITA’ E PIACERE ALL’INCONTRO. POTREMMO RIASSUMERE IL TUTTO CON DUE TERMINI: PIACERE DI INCONTRARSI E ACCOGLIENZA DELL’ALTRO INTESA COME DISPONIBILITA’ AD INSTAURARE UNA RELAZIONE

 La lezione inizia e quelli che normalmente sono distratti, improvvisamente non lo sono più: incredibile, non solo sono tutti presenti (circostanza quest’ultima che si verifica raramente), ma mi ascoltano con attenzione!

Questo silenzio è strano, mi destabilizza, non ci sono abituata, mi guardano tutti attraverso il video e sembrano interessati alle mie parole.

Questo stimola la mia fantasia e la mia comunicazione e, dopo aver rotto il ghiaccio con qualche battuta iniziale, decido di intraprendere la spiegazione di un argomento “fuori programma”, legato in qualche modo a quello che stiamo vivendo: ecco mi si accende la lampadina e decido di trattare “la necessità e l’urgenza nel diritto”.

La cosa li interessa e dopo avermi fatto parlare per circa venti minuti, mi interrompono, alzando la mano e facendo domande; qualcuno esprime anche qualche sua riflessione personale sul punto. In definitiva partecipano attivamente alla lezione: sono felice, anzi entusiasta, tutto prosegue, in modo diverso ..……, ma prosegue!

Ma ci voleva il CORONAVIRUS” per arrivare ad avere una lezione come l’avrei sempre sognata?

 II ASPETTO:

PRESENZA DI TUTTI ALLA LEZIONE, DISPONIBILITA’ ALL’ASCOLTO, DIMOSTRAZIONE DI INTERESSE ALLA MATERIA TRATTATA PERCHE’ CONNESSA A SITUAZIONE ATTUALE DI PANDEMIA E POSSIBILITA’ DI COLLEGARE QUELLE INFORMAZIONI CON ALTRE RICEVUTE DAI MASS-MEDIA, PARTECIPAZONE ATTIVA DI TUTTI CON DOMANDE ED INTERVENTI

L’argomento trattato ossia l’ “urgenza nel diritto” (vale a dire come affronta una Repubblica democratica come la Nostra una situazione di pandemia, quali strumenti giuridici può utilizzare) richiama l’attenzione di tutti i ragazzi, anche di quelli più refrattari a seguire gli insegnanti mentre spiegano.

DI QUI UNA BREVE RIFLESSIONE SU “COME RENDERE LA MIA LEZIONE PIU’ INTERESSANTE”

La spiegazione di tutto questo è una sola: “attualità”!. I miei ragazzi sono interessati a quello che dico perché lego la mia spiegazione afferente il diritto all’attuale pandemia, al CORONAVIRUS (esattamente Covid 19) e, più precisamente all’emergenza: creo un nuovo argomento l’ ”Emergenza nel diritto” facendo riferimento ai DPCM di Conte, alle ordinanze di neccessità ed urgenza dei sindaci e così via. Il tutto viene esaminato sotto il profilo delle fonti del diritto utilizzate, della loro forza ed efficacia giuridica: è costituzionalmente legittimo l’utilizzo da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri di una fonte del diritto secondaria, quale un DPCM (avente portata regolamentare) o forse sarebbe stato formalmente più corretto utilizzare un decreto legge (strumento legislativo adottabile dal governo proprio in cadi straordinari di necessità ed urgenza)?

Ed ancora: “i provvedimenti restrittivi delle nostra libertà personale sono giustificati in nome della tutela del nostro diritto primario alla salute (art. 32 Cost.)?” Di qui è facile arrivare a parlare della Protezione civile, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Unione Europea.

Temi questi, che affrontati attraverso la solita lezione istituzionale li avrebbero annoiati mortalmente, ma non se legati all’attualità ed esaminati nell’ottica della “funzionalità” di questi organismi in una circostanza di assoluta “STRAORDINARIETA’ come quella che stiamo vivendo!”.

Queste tematiche hanno coinvolto profondamente i ragazzi perché finalmente la teoria che studiavano a scuola trovava un riscontro nella realtà quotidiana, anzi era uno strumento per comprendere quello che accadeva intorno a loro!

Ma oltre all’attualità dell’argomento trattato che mi induce a comprendere come sia sempre necessario nella spiegazione del diritto, collegare tutto alla realtà che ci circonda, fare esempi “pratici” e “reali”, improvvisamente mi rendo conto di utilizzare un tono di voce più elevato e più ”partecipato”: il timbro della mia voce muta a seconda dell’importanza del messaggio che voglio comunicare . Ecco, due elementi fondamentali nella lezione: collegamento dell’argomento con l’attualità e voce elevata e diversamente modulata a seconda del tipo di messaggio da far recepire.

III ASPETTO:

DISPONIBILITA’ ALL’INTERROGAZIONE, MINORE ANSIA CONNESSA ALLA STESSA (FORSE PER SICUREZZA PSICOLOGICA DATA DAL POTER SBIRCIARE QUADERNI), MINORE DISPONIBILITA’ A COMPITI SCRITTI POMERIDIANI (SOPRATTUTTO QUELLI CHE COMPORTANO COMPITI AL PC COME PER ESEMPIO RICERCHE), SENSAZIONE DI DISPIACERE PER LA FINE DELLA LEZIONE

 IV ASPETTO: CRESCITA PERSONALE COME DOCENTE “DIGITALE”: LA LEZIONE DURA 45 MINUTI (ANZICHE’ UN’ORA) E, QUINDI, SERVE UNA GRANDE CAPACITA’ DI SINTESI, NULLA PUO’ ESSRE LASCIATO AL CASO MA DEVE ESSERE TUTTO PREPARATO NEL DETTAGLIO. NONOSTANTE SVOLGA ANCHE LA PROFESSIONE DI AVVOCATO, HO AVUTO SEMPRE UNA CERTA RETICENZA NELL’UTILIZZO DEGLI STRUMENTI TECNOLOGICI: SOLO LA NECESSITA’ MI HA INDOTTO A COMPRENDERE QUANTO SIA IMPORTANTE UN USO CONSAPEVOLE DELLA TECNOLOGIA. LA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA CHE NON ERO RIUSCITA A COMPIERE PRIMA LA STO SPERIMENTANDO ADESSO: HO DOVUTO IMPARARE AD UTILIZZARE ZOOM PER LE VIDEO LEZIONI ED HO CAPITO L’IMPORTANZA DELLE COMPETENZE DIGITALI.

RIASSUMENDO: CRESCITA PERSONALE COME “DIGITALE”. ACQUISIZIONE DI MAGGIORE CAPACITA’ DI SINTESI (GRADITE MOLTO DAI RAGAZZI), DI COMPETENZE DIGITALI.

V  ASPETTO:   LE  CRITICITA’

Momenti difficili ci sono stati?

Si e come!!!!

  • CRITICITA’ CONCERNENTE L’INSERIMENTO NELLA LEZIONE DI SOGGETTI ESTERNI

Il momento più difficile in assoluto è stato quando nella la classe più vivace, in assoluto, il IV scientifico sportivo, si sono inseriti dei ragazzi che non conoscevo: esattamente, avete capito bene, degli sconosciuti che pretendevano di fare lezione con me: non erano degli hacker ma semplicemente amici di un mio alunno che gli ha comunicato la password di zoom grazie alla quale sono entrati nella mia lezione ed hanno iniziato a disturbare con battute piuttosto “puerili”. In quel momento sono stata presa da una certa ansia che cercavo in tutti i modi di controllare e di non far vedere. Ma ho scritto alla segreteria ed alla Direzione della scuola che ha prontamente provveduto a rafforzare il sistema di zoom, dando la possibilità solo a me di autorizzare l’accesso dei singoli alunni. Quella è stata davvero l’unica volta in cui ho avuto difficoltà a gestire la situazione, da lì in poi tutto ha continuato con molta fluidità.

  • CRITICITA’ DELL’ALUNNO: ASSENZA DEL CONTATTO FISICO

Con il passare dei giorni è possibile riscontrare una certa tristezza negli sguardi dei ragazzi. Gli chiedo conferma di questa sensazione: la risposta è positiva. Va tutto bene, il giorno passa velocemente, studiano, si allenano a casa, aiutano anche i genitori nelle faccende domestiche (grande novità perché erano “secoli” che non accadeva!), ma non si possono toccare: si, gli manca la fisicità, l’abbraccio, la “pacca” sulla  spalla, la vicinanza fisica.

Guardarsi negli occhi attraverso il video del pc o del cellulare non è la stessa cosa: ogni persona emana una certa energia e standole vicino si può percepirla. Ecco, quella energia, non arriva più……!!!

Ed anche gli oggetti, le cose inanimate, come i banche, le sedie, le cattedre, le mura della scuola, quel piccolo cortile, mancano……..si tutto questo manca,   e tutto diventa un ricordo, un’immagine sfumata….Perchè?

Non è giusto ….!!!

Li guardo e cerco di essere allegra, di fare qualche battuta: mi mancano terribilmente anche loro e mi rendo conto di amarli tutti, così come sono, ognuno diverso dagli altri ma anche così terribilmente uguale a come ero io alla loro età!

Improvvisamente quell’empatia che sento avere nei loro confronti mi conduce a sentire come sentono loro: gli manca vedersi tra loro, incontrarsi davanti la scuola prima di entrar , raccontarsi le loro cose, confidarsi i timori per l’interrogazione od i messaggi scambiati con quel ragazzo/a, gli manca parlare con il compagno di banco,  giocare, scherzare, comprare la pizza durante la ricreazione, restare a scambiare qualche chiacchiera fuori della scuola una volta terminate le lezioni …….

Gli mancano persino i professori: gli mancano quelli simpatici ed amiconi che fanno sempre battute, ma anche quelli più rigidi ed apparentemente molto “seriosi”. Improvvisamente comprendo che gli manca tutto questo ed ecco perché sono cosi tristi!

Ragazzi tranquilli”- li esorto io – “tutto quello che adesso Vi manca tornerà ,dovete crederci: Vi potrete riabbracciare e tutto avrà un intensità nuova. Ancora un po’ di sacrifici e risorgeremo a nuova vita!!!

Ha detto bene Prof.!”, grida un alunno dalla sua postazione di PC, nella sua stanzetta, “Sara così!!! Non vedo l’ora di non giocare piu’ alla playstation, bastaaaa…….!!!!”

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE:

  1. NON RITORNERA’ TUTTO COME PRIMA: QUALCOSA DI NUOVO CI ATTENDE ALL’ORIZZONTE!

Non voglio dire una bugia ai miei ragazzi: non ritornerà tutto come prima, non è così! Si rinascerà a nuova vita, sarà tutto diverso, muteranno i Nostri stili di vita e muterà il nostro modo di vedere le persone e le cose.

In questo mi sento di condividere la tesi di Walter Sheider, docente di storia a Stanford, secondo il quale l’attuale pandemia agirà come “livellatrice” della condizione umana: finalmente, dopo anni di delirio di onnipotenza, soprattutto di alcuni “governanti di nazioni”, si comprenderà la Nostra vulnerabilità, il nostro essere “minuscoli” e, quindi, impossibilitati a controllare e gestire tutto.

Ci sono eventi della vita imprevedibili ed ingestibili che possono portarci dolore, sofferenza, lutto, povertà: eppure, anche qui conserviamo un Nostro diritto inviolabile cioè la libertà.

Anche in ciò che ci è capitato di terribile, possiamo scegliere come starci ossia come viver quella situazione perché la libertà non è necessariamente cambiare gli eventi esterni, ma cambiare Noi stessi negli eventi.

Attenzione, non parlo di “ mera rassegnazione” ma “adattabilita’ attiva”: accettare quell’evento, qualunque esso sia, ed anche se nefasto, viverlo nel dolore che ci provoca e pian piano riiniziare la nostra esistenza nella consapevolezza che è diversa rispetto a prima ma che, con il passare del  tempo,  si potrà risorgere e rinascere, memori dell’immenso valore della vita umana e delle relazioni tra gli uomini, non dando più nulla per scontato neanche un semplice abbraccio od una passeggiata in riva al mare. 

  • COSA CI LASCIA QUEST’ESPERIENZA: UNO SGUARDO AL FUTURO

Sarebbe un errore enorme non afferrare quest’opportunità e non cogliere questo treno che consente un salto in avanti, senza precedenti, nella digitalizzazione della scuola.

L’errore più grande, a mio modesto avviso, sarebbe quello di non proseguire la didattica a distanza per alcune attività come, per esempio, i corsi di recupero pomeridiani, i colloqui con i genitori, le attività extracurriculari: si avrebbe, in tali situazioni, un notevole risparmio di tempo per tutti, una qualità di vita senza dubbio migliore ed anche un ambiente più salubre!

Infatti, se si proseguisse la didattica a distanza per i corsi di recupero e per le attività extracurriculari si consentirebbe ai ragazzi di rientrare a casa non troppo tardi, consentendogli un minimo di tempo libero in più e la possibilità di seguire comodamente ed anche con meno distrazioni,  lo svolgimento di alcuni corsi; ai genitori, invece, potrebbe essere data la possibilità di effettuare colloqui on line ossia video-colloqui (così come si sta facendo in questo periodo): si eviterebbe, in tal modo, quella corsa frenetica contro il tempo che li induce ad un affanno continuo , potendo gli stessi direttamente dal luogo di lavoro o da casa, mettersi in contatto con gli insegnanti.

 Ma voglio andare oltre: la didattica a distanza dovrebbe essere utilizzata come metodologia alternativa e, talora, sostitutiva alla didattica tradizionale nell’ipotesi di normale frequenza scolastica da parte degli studenti che abitano molto lontano dalla scuola o, addirittura, in un’altra regione.

Si pensi, in particolare, a quei ragazzi che  iniziano un percorso scolastico in una scuola e poi, per ragioni lavorative dei genitori, sono costretti a malincuore ad abbandonarla per via del trasferimento della famiglia in altra città od anche a quei ragazzi che sono molto attratti dal piano dell’offerta formativa di una scuola (come per esempio il liceo quadriennale internazionale od il liceo scientifico sportivo del Visconti) che, per motivi oggettivi di lontananza, non possono frequentarla perché residenti in un paesino sperduto fuori  Roma e fuori della stessa regione Lazio. Non violerebbe forse l’art. 3 e l’art. 34 della Costituzione impedire a questi ragazzi la possibilità di scegliersi la scuola che vogliono e la relativa modalità di frequentazione?

La risposta è sicuramente positiva: ed allora mi domando perché non si possa proseguire su questa strada una volta appurato che  ne guadagnerebbero non solo i ragazzi, veramente liberi di scegliere il tipo di liceo che sentono più adatto alle loro esigenze e che magari non è presente nella loro regione, ma anche le stesse famiglie  che  potrebbero avere maggior tempo per stare più vicino ragazzi che si trovano a  casa, in un’ottica di intensificazione del rapporto genitori-figli e, non da ultimo, lo stesso ambiente, reso più salubre  dalla riduzione degli spostamenti con le automobili.

Lasciarsi sfuggire un’occasione del genere sarebbe un errore enorme: la scuola del futuro per essere veramente all’avanguardia e traghettare i Nostri ragazzi verso l’era digitalizzazione e della libertà, deve compiere questo salto in avanti e deve farlo ora!!!

                                   Prof.ssa Gloria Gagliardi

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